Addio all’effetto tavolo da ping pong gli uffici ridotti, ma anche più smart

Addio all’effetto tavolo da ping pong gli uffici ridotti, ma anche più smart

Q uando due anni fa le vendite di tavoli da ping pong nella Silicon Valley iniziarono a diminuire molti analisti finanziari temettero che si trattasse di un serio campanello di allarme per i corsi azionari del Nasdaq che, già allora, venivano da un prolungato periodo di rialzo. Il ragionamento era il seguente: se le startup e i colossi dell’high-tech tagliano addirittura questa spesa, vuol dire che i loro affari stanno andando veramente male, perché il tavolo da ping pong è un must in qualsiasi ufficio che si rispetti.

Lanciata da Google, la moda del ping pong si è velocemente diffusa in tutta la California e, per un certo tempo, ha effettivamente rivelato l’andamento del settore tecnologico — e le crisi di Yahoo! e Twitter emerse due anni fa sembravano confermare clamorosamente questa teoria — ma ultimamente la correlazione ha smesso di funzionare. Prova ne è il fatto che il Nasdaq si appresta a celebrare il suo decimo anno consecutivo di rialzi e macina nuovi record con cadenza settimanale, mentre le vendite di tavoli da ping pong non mostrano altrettanta brillantezza. La spiegazione di questa divergenza è piuttosto semplice: il welfare aziendale si è molto evoluto e si concentra oggi su aspetti decisamente più importanti per il dipendente; in secondo luogo, se una società raddoppia giro d’affari e utili non raddoppierà di certo anche il numero di tavoli da ping pong, se non altro per una questione di spazi.

E proprio gli spazi sono diventati un fattore determinante perché la sempre maggiore diffusione dello smart working ha fatto rimpicciolire gli uffici: dove prima lavoravano 50 dipendenti con la propria scrivania personale, adesso c’è posto per 100 che devono però alternarsi nelle postazioni di lavoro. Gli spazi comuni non sono certo scomparsi ma sono gli stessi lavoratori a preferire una cucina confortevole alla sala con ping pong e biliardo.

In Gran Bretagna, per esempio, un crescente numero di società sta addirittura eliminando i tavoli da ping pong per il semplice motivo che i dipendenti non sono affatto interessati a questo “benefit”. Da un sondaggio condotto nel Regno Unito è infatti emerso che l’86% degli intervistati non attribuisce alcun valore alle attività di “intrattenimento” in azienda, mentre un 25% le considera addirittura noiose. Sempre la stessa ricerca ha messo in evidenza come caffè gratuiti e sedie comode siano considerati molto più importanti.

«Molte società non hanno ben chiara la differenza fra i benefit e una vera cultura aziendale a favore del dipendente — spiega Cary Cooper, professore presso l’università di Manchester — Offrire spazi ricreativi e un ambiente di lavoro divertente non è la stessa cosa che stabilire una cultura che renda i dipendenti felici e più produttivi. Ordinare qualche tavolo da ping pong non è difficile e richiede poco tempo, mentre per creare il giusto ambiente di lavoro ci vogliono molti anni e molta fatica ma solo allora il dipendente rimarrà veramente fedele al proprio datore di lavoro».

Senza contare che molte società high-tech sono cresciute e si sono affermate assieme ai loro fondatori, che non sono più intraprendenti neolaureati appena usciti dalle più importanti università statunitensi. «Un ufficio può essere un ambiente piacevole e divertente senza essere infantile» afferma Dani Arps, uno degli interior designer più richiesti oltreoceano, convinta che «per stimolare la creatività non sia necessario lavorare in un ufficio che ricorda una camera da letto di un teenager. Gli spazi lavorativi devono essere prima di tutto funzionali e tenere conto del fatto che ogni persona ha esigenze diverse per potersi concentrare al meglio. C’è chi è disturbato dal rumore e chi ci si sente più a suo agio, così come alcuni preferiscono ambienti più luminosi ed altri più scuri ».

Per un numero crescente di lavoratori, però, le caratteristiche dell’ufficio stanno perdendo importanza per il semplice fatto che in ufficio ci vanno molto raramente. Lo smart working, che la normativa italiana ha tradotto con lavoro agile, si sta infatti rapidamente diffondendo sia negli Stati Uniti che in Europa con grandi benefici per la produttività e la soddisfazione dei dipendenti. Le tecnologie che consentono di lavorare da qualsiasi posto sono ormai mature e molte società hanno già iniziato ad adottarle. La produttività degli smart worker è maggiore di quella dei colleghi in ufficio in virtù della riduzione dei tempi di pendolarismo, dei risparmi su spazi per uffici e per l’utilizzo più efficace del tempo di lavoro (possibilità di lavorare più a lungo e con meno interruzioni).

Il “lavoratore agile” ha poi più tempo a disposizione per i propri impegni familiari e soprattutto più flessibilità. Fattori giudicati di grande importanza. Gli svantaggi certo non mancano — si lavora spesso più a lungo e anche nelle ore serale e nei week-end — ma a giudicare da alcune ricerche il bilancio è senza ombra di dubbio positivo.

Un recente studio ha rivelato che il 57% delle startup statunitensi ha almeno un dipendente che lavora da remoto e, benché nascano soprattutto per ragioni logistiche, gli smart worker si rivelano alla fine i più soddisfatti dei loro colleghi “stabili” perché l’implicita fiducia e l’autonomia di cui godono valgono molto di più dei caffè, della frutta fresca e dei tavoli da ping pong che potrebbero trovare in ufficio.