Activity-Based Working: quali opportunità per le aziende

15 Apr Activity-Based Working: quali opportunità per le aziende

Partiamo da un presupposto semplice: tutte le aziende hanno la necessità di aumentare la produttività e abbassare i costi. Le leve da muovere sono chiaramente diverse: dall’organizzazione del lavoro, alla gestione dei fornitori e della produzione, e così via.

Senza dubbio, un punto centrale in tema di produttività sono le condizioni in cui lavorano dipendenti e collaboratori. Lo sanno bene negli headquarters di Google o Facebook. Lo dicono da tempo aziende italiane, Cucinelli su tutte. Persone felici, lavorano meglio e rendono di più. Una sana work-life balance, spazi di lavoro non “soffocanti”, la possibilità di lavorare su progetti propri, leader e manager più “empatici”… Oggi, i modi per aumentare la felicità sui luoghi di lavoro sono molti.

Tra questi, prende sempre più piede il dare ai dipendenti la possibilità di lavorare in contesti diversi dal classico ufficio: ad esempio da casa, da spazi di coworking, o da altri luoghi. Una pratica ormai non soltanto fattibile, grazie alle tecnologie e ai passi avanti della legislazione, ma spesso anche auspicabile.

Cambiare il modo di lavorare

Alcuni dati di una ricerca Samsung condotta in Australia, mostrano come il c.d. activity-based working (lavoro non più legato ad una scrivania, ma ai progetti portati a termine) porti dipendenti e collaboratori ad essere più produttivi, di conseguenza generare un maggiore ROI per le proprie aziende. La ricerca mostra come i vantaggi del lavoro flessibile siano win-win: i collaboratori guadagnano tempo e risparmiano costi sui trasporti casa-ufficio, rendendo più produttivo il proprio tempo lavorando in un ambiente “salubre”, stimolante, creativo.

In occasione della giornata del Lavoro Agile, anche Adecco ha tirato fuori una interessante statistica, analizzando contesti più “classici”. Sebbene molti non ne conoscano bene le reali possibilità, la maggior parte sarebbero favorevoli a sperimentare modi più flessibili di collaborare, per organizzarsi in autonomia e ridurre costi e tempi degli spostamenti. Anche i recruiter vedono positivamente l’activity-based working, sebbene c’è sempre il timore di “isolamento” del collaboratore e della mancanza di controllo sulle attività.

Non possiamo infatti tralasciare i vincoli al lavoro flessibile.

Sempre dalla ricerca Samsung, arrivano alcuni dati sulle barriere all’introduzione dell’activity-based working. In molti casi, è la cultura aziendale a frenare lo sviluppo di queste dinamiche. Anche un’indagine italiana, del Politecnico di Milano, evidenzia una sorta di scetticismo dei manager legato alla sicurezza dei dati aziendali. Un dato che a mio avviso potrebbe celare semplicemente una mancanza di “visione” e “coraggio”.

D’altronde, è solo dal management che può partire un cambiamento in questo senso. Management che dovrebbe fornire nuovi parametri di valutazione del lavoro, se non addirittura modi totalmente nuovi di concepire la collaborazione (basati sulle performance, sui progetti realizzati, sui risultati “portati a casa”) oltre a modificare l’infrastruttura tecnologica aziendale (dalle tecnologie in cloud agli strumenti per il lavoro da remoto, smartphone, tablet, ecc.). Un ventaglio di cose non banali, sopratutto se pensiamo alle aziende strutturate, gerarchiche, o a gestione familiare.

On-demand economy e ricambio generazionale

In ogni caso, ci sono necessità dettate dai cambiamenti in atto. Una su tutte, l’aumento della forza lavoro indipendente, che le stime prevedono costituirà il 40% dei lavoratori entro il 2020. Quella “on-demand economy” con cui le aziende iniziano a confrontarsi, con tutti i pro e i contro del caso, come analizza bene in questo post Luca de Biase.

Poi, non dimentichiamo la questione cambio generazionale. Bisogna considerare infatti che la “vecchia” forza lavoro andrà via via sostituita da nuove generazioni di persone, con priorità ed esigenze molto diverse. Abbandonata la logica di “posto fisso”, i giovani talenti sono ormai progettuali, cercano l’acquisizione di competenze, amano scegliere modi e tempi di lavoro. Si dissolve il sogno di successo (carriera, fortuna…) e si cerca il successo del sogno, spesso il proprio (idea, startup, professione auto-realizzante). La googlizzazione del lavoro sta avvenendo nelle abitudini e nelle aspettative di molti, con conseguenze non sottovalutabili per le aziende (quiun altro bell’articolo sul tema).

Shakerando questi fattori, alcuni più di “visione”, altri molto concreti, sono già parecchie le aziende che hanno compreso queste dinamiche. C’è chi, come Ikea o Lego, assume figure interne che hanno come obiettivo garantire il benessere dei dipendenti (gli happiness manager). C’è chi, come Luxottica, inizia a dare bonus non più monetari ma in tempo libero ai propri collaboratori. C’è chi invece crea spazi di coworking, come Tiscali, che a Cagliari ha aperto un Open Campus in un’area non utilizzata della propria sede.

I coworking come interlocutori per le imprese

I coworking, in tutto questo, iniziano ad assumere un ruolo centrale. Da un lato, infatti, le aziende cercano di creare spazi che assomiglino a quelli di coworking (corporate coworking). Dall’altro i coworking – quelli “evoluti” – diventano luoghi in cui le aziende si recano, per trovare professionalità con cui sviluppare progetti o per portare avanti attività che richiedono un’atmosfera diversa per i propri dipendenti.

In Italia e nel resto del mondo, già da alcuni anni grandi e piccole aziende fanno lavorare i propri dipendenti all’interno di spazi di coworking. Un’indagine Deskmag, riportata da una ricerca di Fondazione Istud, ha scoperto che il 71% di collaboratori aziendali ha avuto una spinta creativa entrando in uno spazio di coworking, il 62% ha riferito che lo standard di lavoro era migliorato. Inoltre, il 64% è stato maggiormente in grado di completare le attività in tempo e il 90% dei dipendenti ha riportato un aumento di fiducia in se stessi.

Insomma, luoghi nuovi per dinamiche del lavoro che stanno fortemente cambiando, in un’ottica dove la qualità del tempo di lavoro è più importante della quantità. Dove la partita si gioca sui risultati e sulle skills, che vanno costantemente aggiornate. Perché il mondo digitale viaggia veloce e si rischia di perdere il passo. Dove per innovare bisogna aprirsi all’esterno e “contaminarsi” con nuove compentenze e reti di professionisti. Dove per far rimanere i dipendenti (employee retention) bisogna guardare anche al loro benessere.

Non sarà certo la “panacea dei vari mali”, ma se solo ci si aprisse un pò di più al nuovo che avanza, consapevoli che esistono luoghi, tempi e modi innovativi di gestire le risorse, sia le piccole che le grandi aziende otterrebbero molti benefici, anche di natura economica.

Fonte: Simone Moriconi